Send a wish upon a star – Bisogni, sogni, desideri

Send a wish upon a star / Do the work and you’ll go far / Send a wish upon a star / Make a map and there you are

Invia un desiderio su una stella / Fai il lavoro e andrai lontano / Invia un desiderio su una stella / Traccia una mappa e lì ci sei tu

Sia – Lullaby

E’ da poco trascorsa la notte tradizionalmente dedicata all’osservazione delle stelle, all’attesa di una scia luminosa di fronte a cui è difficile non sfiorare neanche per un secondo un desiderio da esprimere – dentro se stessi, perché se lo si dice a voce alta non si avvera 🙂 In verità c’è ancora tempo, pare che le Perseidi siano più visibili nelle sere successive al 10 di agosto, in particolare questa sera. E c’è sempre tempo per legare un desiderio alla coda di una stella.

L’etimologia del termine “desiderio” implica non per niente le stelle: “de-sidera” indica la lontananza dalle stelle, o assenza di stelle. Il desiderio nasce da, e poggia su, uno stato di assenza, è un processo che anzi si sostanzia proprio nella distanza tra noi e un qualcosa di desiderato, assente nell’immediato. Diverse credenze e tradizioni popolari spiegano il perché sia uso comune affidare i propri desideri  alle stelle, ma mi piace pensare a una connessione più semplice, ossia che i desideri hanno la bellezza, la fiamma, la danza delle stelle, e orientano il cammino, altrimenti cieco, proprio come le stelle nell’antichità.

Ho sempre avuto la sensazione che si parli più facilmente di bisogni, motivazione, obiettivi, sogni nel cassetto, e sempre troppo poco di desideri. Desiderio è un termine che tende un po’ a impregnarsi di lussurioso, di ciecamente istintuale, ingovernabile, o di sogno nel cassetto, da custodire, ma al contempo tenere ben separato dalla sfera del reale/realizzabile, appunto, nel cassetto. O ancora di puro sogno a occhi aperti, che ha molto di wandering immaginativo, di testa tra le nuvole, e poco di radicato.

Non è un caso che ad oggi desideri, sogni e bisogni, vengano spessi usati come sinonimi, sovrapposti. Il progresso tecnico-scientifico e i mutamenti socioeconomici annessi, la progressiva virtualizzazione, hanno consentito il moltiplicarsi di possibilità, con i benefici/costi dell’accorciamento o annullamento di tempi e spazi, interni oltre che esterni, prima necessari a svolgere sequenze di operazioni organizzate, intellettive e concrete, a maturare strade atte a raggiungere una meta. Di fronte a questo calderone di possibilità “liquide”, a portata di click, aumenta il rischio di smaterializzazione di percorsi, scelte, investimenti, cosicché laddove tutto sembra possibile in tempi rapidi, niente si fa più reale.

Il divario esistente tra bisogno e desiderio si è accorciato al punto che i due tendono a confondersi, o meglio, la logica-cultura del consumo tende a snaturare l’accezione dei bisogni e a determinare un corto circuito del sistema del desiderio, a scapito di entrambi e in favore di meri impulsi. Il consumo non si fonda sul rapporto mezzo-fine annesso al bisogno, né sulla realizzazione dei desideri, bensì offre esperienze vicarie di realtà, identità e relazioni, che includono miti di felicità-gratificazione rapida e semplificata, e che esulano tuttavia dal confronto con la realtà. L’accelerazione generale dei tempi per conseguire qualcosa e l’immediatezza della gratificazione promessa favoriscono gli impulsi, amplificano la componente di pensiero magico e riducono la mediazione di pensiero con la realtà, la capacità di sopportare dilazioni. “La nostra società non fa l’apologia del desiderio, fa piuttosto l’apologia delle voglie, che sono un’ombra impoverita del desiderio, al massimo sono desideri formattati e normalizzati” (Benasayag, 2003).

Esistono in realtà radicali differenze tra bisogno e desiderio, così come esistono sfumature tra desiderio e sogno, malgrado il celeberrimo “I sogni son desideri”.

Il bisogno allude a uno stato di mancanza rispetto a qualcosa senza cui si sta male, parla al negativo; è una tensione verso il ripristino di un equilibrio omeostatico, ha carattere di urgenza e viaggia su tempi brevi. Il desiderio parte pure da un’assenza, ma di qualcosa grazie a cui si può stare meglio, parla una lingua migliorativa, e nutre tramite il processo stesso del desiderare, viaggiando su tempi più lunghi.

Il bisogno si soddisfa, è finalizzato a spegnere la tensione.  ll desiderio si realizza, e la tensione verso la meta, che è in avanti, genera un’accensione, e un’azione trasformativa.  Il desiderio è a cavallo tra immaginazione e realtà, è come un terreno incolto di cui pre-vediamo i frutti, che al momento non esistono, se non negli occhi della nostra mente, ma che possiamo coltivare.  Il desiderio è creatività e progettualità, è mappatura.

Benché il sogno, qualora inteso come progetto, possa essere nominato nell’accezione del desiderio, può scivolare tuttavia nella dimensione della fantasia e dell’evasione. Oggi ci imbattiamo spesso in slogan e comunicazioni più o meno esplicite di invito alla realizzazione dei propri sogni nella cantilena del “tutto è possibile, basta che tu lo voglia intensamente”; un tripudio di fantasia di successi e miracolose soluzioni di felicità, che danno l’idea di poter apparire con la sola contrazione muscolare del sognarli, e di cui ci viene proposto il segreto di turno, il cilindro da cui farli uscire. A questo invitante banchetto di incantesimi c’è ben poco posto per la visione dell’impegno, degli investimenti, dei tempi, della capacità di tollerare rischi, imprevisti e frustrazioni, che stanno dietro alla realizzazione di certi scenari; il contenuto del sogno è spesso quello di qualcun altro, e in parallelo si deforma la fenomenologia della felicità e dei sentimenti umani altri che pure sono necessari per sperimentare felicità. Di nuovo, il pensiero magico sollecitato spinge a gettare semi nel vento dell’emozione, o con un poco di sforzo in più nel terreno, tralasciando comunque un aspetto fondamentale: “non si raccoglie ciò che si semina, si raccoglie ciò che si cura”. Gettare il seme che ha in sé l’idea di frutti desiderati è il minimo, mentre il bello viene dopo, e durante, quando il proprio desiderio – il proprio, non l’eco di uno altrui – lo si deve crescere, fornirgli cure, ascoltarlo, come un figlio.

Il desiderio, o il sogno inteso in tale accezione, che non sia quindi esclusiva gita di fantasia, è qualcosa che esce dal cassetto per stendere un ponte di lavoro con la realtà, sulla realtà. E questo lavorare sulla realtà trova perseveranza nel fatto che ciò che lo sostiene ha il fuoco, la danza, il valore orientativo, delle stelle. Valore inteso come qualcosa che dà sentitamente pienezza e significato al vivere, che muove dentro, orientando e animando il movimento fuori. Il desiderio è richiamo, un richiamo più forte e costante del canto delle sirene, quello che consente a Ulisse di trovare una strategia di resistenza a metà tra il tapparsi le orecchie e il restare vittima di una voglia.

I Lestrigoni e i Ciclopi / o la furia di Nettuno non temere, / non sarà questo il genere di incontri / se il pensiero resta alto e un sentimento / fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. (…) Itaca ti ha dato il bel viaggio, / senza di lei mai ti saresti messo / in viaggio: che cos’altro ti aspetti? / E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. / Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso / già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

Costantino Kavafis, Itaca

Riferimenti:

Benasayag, M., Schmit, G., (20o4). Trad. it. L’epoca delle passioni tristi, Feltrinelli, Milano.

Siri, G., (2001). La psiche del consumo. Consumatori, desiderio e identità. FrancoAngeli, Milano.

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