Non tutto il panico viene per nuocere

“Nell’antico mito greco di Amore e Psiche, il dio Pan salva Psiche che sta per suicidarsi. Psiche vuole annegarsi ma Pan lo impedisce: come a dire che il panico è anche il momento che ci salva la vita”

James Hillman

Il termine “panico” deve le sue origini al dio Pan, figura della mitologia greca dalle sembianze caprine, dio delle selve e dei pascoli, il cui aspetto deforme, le urla emesse, particolarmente scioccanti, gli agguati improvvisi, terrorizzavano i viandanti e le ninfe che era solito inseguire nei boschi.  Pan è una creatura divina ma terrena e mortale, errante e selvaggia, che personifica l’istinto e la vitalità, l’affermazione autentica; un invito alla (ri)connessione psichica con la (propria) natura, con aspetti ignorati e scopi in conflitto tra loro, anche al costo di un’esperienza terrifica, che ha tuttavia funzione conservativa.

Nel mito di Amore e Psiche narrato da Apuleio, Psiche, straziata per la perdita del suo amato, incontra Pan proprio nel momento in cui ha deciso di togliersi la vita gettandosi nel fiume, le cui acque, devote al dio, la sollevano e la riconducono alla riva. La divinità consola Psiche, comprendendo la natura del suo dolore ma esortandola a non lasciarsene sopraffare e a riprendere il cammino. L’incontro col dio Pan per Psiche non si rivela terrorizzante, bensì confortante e salvifico, l’inversione di rotta dalla morte verso un percorso evolutivo che la porterà a ricongiungersi all’amato con nuove e più mature consapevolezze.

“Panico” rimanda etimologicamente al grande terrore improvviso sperimentato in genere da chi si imbatteva nel dio Pan. L’attacco di panico può essere infatti definito come uno “tsunami della mente”, uno stato di intensa paura che esplode in maniera incontrollabile e spesso inizialmente imprevista, inspiegabile, con una variegata gamma di sintomi somatici, che spaziano da quelli cardiaci, a quelli respiratori, gastrointestinali, sbandamenti e sensazioni di instabilità, tremori o formicolii, brividi o vampate di calore… e sintomi psichici, quali una paura di morte imminente, sul colpo, di impazzire o di perdere il controllo. Si può inoltre essere colti da una sensazione di irrealtà, di estraniamento, offuscamento mentale, di disgregazione-interruzione nella percezione della realtà o di sé nel proprio corpo (derealizzazione e depersonalizzazione), esperienze descritte in vari modi che possono spaventare molto la persona, la quale può interpretarle come un’irruzione di follia ed equivocarle con sintomi psicotici.

Le manifestazioni variano moltissimo da persona a persona per tipologia/numero dei sintomi sperimentati, e rispetto al prevalere di sintomi somatici o psichici (la predominanza di sintomi cardiaci e dolori al petto induce ad esempio tipicamente a temere di avere un infarto in corso); possono aver luogo “attacchi paucisintomatici”, caratterizzati cioè da pochissimi sintomi.

Benché il vissuto sia così immediato e imponente da indurre a credere di essere di  fronte a un reale pericolo per la propria incolumità fisica o psichica, di fatto si tratta di una fisiologica attivazione del sistema nervoso simpatico che il corpo è perfettamente programmato per sostenere. Così come le eventuali esperienze di derealizzazione/depersonalizzazione non sono segno di follia o deriva psicotica, al contrario, si è consapevoli, e proprio per questo spaventati, di un’esperienza percettiva alterata rispetto al solito, a dimostrazione di una capacità di vaglio e giudizio critico, di discernimento sulle diverse qualità del percepire la realtà, cosa che mancherebbe assolutamente in un’ipotetica psicosi.

→ L’attacco di panico è di per sé un fenomeno fisiologico che, per quanto molto sgradevole, non è dannoso né per il corpo né per la mente, non è indicativo di “instabilità mentale” e non mette a repentaglio la vita, né è pregiudizievole in alcun senso. Un episodio che può capitare a tutti, una o più volte nel corso dell’esistenza, per svariati motivi contingenti (momenti di particolare ansia, sovraccarico, stress, oppure secondariamente ad alcune condizioni mediche, o ad assunzione di sostanze psicotrope) senza destare pervasive preoccupazioni e senza affatto predeterminare un seguito di attacchi di panico. Si tratta di un segnale di allarme lanciato dal corpo, da riattribuire opportunamente al proprio mondo emotivo, una “spia”, un’occasione per individuare elementi di carico o di disagio nel proprio momento di vita, sintonizzarsi con i propri vissuti e bisogni, e fronteggiare le criticità in una maniera più adattiva e benefica.

Il disturbo di panico, caratterizzato da un cristallizzarsi, un ripetersi progressivamente più frequente degli attacchi di panico, spesso seguito da agorafobia (→ l’ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile, o imbarazzante, allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto nel caso di un attacco di panico), si instaura e si autoalimenta, invece, a causa di determinati meccanismi intervenienti, che vanno a radicarsi in un terreno “fertile” di incontro tra fattori più profondi di predisposizione e fattori precipitanti. Questi meccanismi implicano specifiche focalizzazioni attentive, distorsioni interpretative, e tentate strategie di gestione-protezione dagli attacchi, comportamenti di evitamento/messa in sicurezza, che paradossalmente contribuiscono al loro ritorno.

Il problema esiste su due piani: uno è il “terreno fertile”, fattori personologici e peculiari congiunture psico-relazionali nella vita della persona che la candidano in quel momento a vivere un intero capitolo, e non un sottoparagrafo ininfluente, di panico; l’altro piano, interconnesso al primo, riguarda la reazione agli attacchi, i significati attribuiti, e le strategie attuate nel tentativo di proteggersi. Un buon percorso psicologico interverrà su entrambi i piani, aiutando la persona a conoscere il “modus operandi” del panico e interrompere i circoli viziosi che contribuiscono a mantenerlo, ma anche a comprendere che cosa esso veicola in termini di significati personali, le dinamiche di cui rappresenta la “tentata soluzione”. Interventi che mirano esclusivamente o troppo celermente a “spegnere” il sintomo non produrranno risultati, o fungeranno da palliativi, rischiando però di rinforzare gli elementi che costituiscono la “miccia” e la formula interna del panico, che alla prossima fiamma produrrà un’altra detonazione. Né è realistico o producente aspirare a diventare immuni alle esperienze ansiose, dato che proprio la non tolleranza dell’ansia, e dei suoi correlati psico-corporei, è dimostrata essere un pezzettino della miccia, un fattore di innesco e mantenimento del panico (“anxiety sensitivity”, Reiss e McNally: paura delle sensazioni associate all’attivazione ansiosa, che vengono interpretate come pericolose, sulla base di erronee credenze relative alle conseguenze, fisiche, psicologiche o sociali, di queste sensazioni).

Un terzo ordine di questioni influente è socioculturale, ad intersezione di certe condizioni locali di vulnerabilità: l’incidenza degli attacchi di panico ha incontrato un enorme aumento negli ultimi trent’anni, i disturbi fobici e ansiosi caratterizzano per eccellenza il nostro tempo.  La società attuale promuove una tendenziale cultura di intolleranza, orientata alla celere rimozione, di qualsiasi stato di malessere o umana fragilità, tutto ciò che esula da un irrealistico ininterrotto benessere, associato a continue sfide di efficienza. Sono privilegiati indicatori di “immagine” a scapito di indicatori interiori; di prestazione e di successo individualistico-competitivo, a scapito del buon vivere e del bisogno di relazione.  Aumenta la complessità di molti scenari e dunque le richieste, i ritmi e gli elementi di stress psicofisico, la portata ansiogena, si sgretola la linearità dei percorsi di maturazione della propria autonomia e autoefficacia, si smaterializzano i legami e si indeboliscono i contenitori educativi e istituzionali. Il vivere appare sempre più incerto, pericoloso, al di fuori del proprio potere “agentivo”, in contrasto con la virtuale illusione di infinite possibilità e il mito di un’autosufficienza monadica esasperata. Siamo collocati in una tappa storico-culturale che è premessa del dilemma di inconciliabilità tra libertà e protezione individuato da Ugazio nella semantica critica dei disturbi fobici: “E’ infatti presente nella nostra cultura un certo grado di intransitività fra il mantenimento dei legami, il riconoscimento che l’altro ci è necessario e l’autostima che riponiamo in noi stessi in quanto soggetti autonomi e indipendenti” (Ugazio, 1998).

Si tratta di “rinunciare alla sicurezza della compagnia ed essere libero, ma anche solo di fronte ai pericoli dell’ambiente extrafamiliare, oppure rinunciare alla libertà di esplorazione in cambio di una protezione rassicurante, ma anche soffocante” (Liotti, 1987).

Come illustra metaforicamente il mito di Amore e Psiche, il panico interviene, in controtendenza rispetto a quanto si può temere, come una sorta di salvavita, per aiutare a stabilire sintonizzazioni assenti con la propria natura interna e avviare un cammino evolutivo verso una nuova e più equilibrata mediazione, una sintesi, tra bisogni vissuti come drammaticamente  opposti e inconciliabili.

Per questo si rende importante, qualora si percepisca di esser scivolati in un invalidante circolo vizioso di attacchi, rivolgersi al professionista psicologo, trovando la comprensione più completa e le soluzioni più mirate, aderenti alla situazione specifica della persona, individuando e modificando ciò che il panico interviene a segnalare come non adattivo. Un buon intervento tempestivo è fondamentale, contenendo il rischio di rinforzo e cronicizzazione, l’espansione a macchia d’olio del problema, e la demoralizzazione/invalidazione progressiva che ne può conseguire.

Dai circoli viziosi del panico si può uscire, diversamente da eventuali credenze diffuse circa il contrario. C’è tutta una letteratura scientifica di evidenza circa l’efficacia dei trattamenti psicologici al riguardo, laddove la terapia di elezione risulta essere quella di indirizzo cognitivo-comportamentale, che, oltre ad essere parimenti efficace, in fase acuta, ai trattamenti farmacologici, è in grado di garantire tassi di ricaduta molto inferiori ai trattamenti solo farmacologici. Questo perché il farmaco agisce esclusivamente sui meccanismi biologici della reazione ansiosa acuta; il supporto farmacologico può rivelarsi necessario, in trattamento combinato iniziale nei casi di particolare esacerbazione, con conseguenze secondarie molto invalidanti, che vengono a crearsi quando a monte non c’è stato un intervento psicologico tempestivo decisivo, o di fronte a comorbidità particolarmente critiche. Ma in assenza di apprendimenti, chiarimenti e “potenziamenti interni”, conseguibili attraverso il lavoro psicologico, non è sufficiente a risolvere il problema, che sul lungo termine resta anzi mantenuto da questa sorta di stampella esterna.

 

 

 

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