Felicità e ombre di felicità: dalla trappola alla paura di essere felici

Lunedì scorso sul web si celebrava, pur in modo del tutto informale, la giornata della felicità.

Dare una definizione della felicità, così come di altri stati d’animo, è certamente impossibile, poiché tutto dipende dai personali significati che ognuno le attribuisce, dalle intime esperienze che ne ha avuto e dalle credenze maturate, soggette a modifiche nel tempo, al riguardo. Della felicità si scrive e si parla da tempo immemore, e le sue concezioni risentono chiaramente del sostrato storico e culturale. Ad oggi, con l’aumentare dei gradi di libertà di espressione, di ricerca di un proprio benessere e di soddisfazione di bisogni relazionali, identitari e in generale esistenziali, più raffinati, si sono moltiplicati anche i concetti possibilmente annessi, e talvolta sovrapposti, alla felicità. Nell’ultimo secolo abbiamo assistito a mutamenti socioeconomici e culturali radicali, che hanno trasformato anche i valori, le modalità di essere, di sentire e di desiderare, in un panorama di nuova attenzione per la soggettività. Nei dintorni della felicità oggi troviamo termini come benessere, soddisfazione, gratificazione, raggiungimento di scopi. Alle volte la gratificazione di un desiderio o il raggiungimento di uno scopo giungono a coincidere nella personale concezione della felicità, cioè si pensa che in assenza di un dato ottenimento non possiamo provare felicità. Tuttavia gli scopi e i desideri, benché componenti molto importanti nella dimensione motivazionale e progettuale dell’essere umano, possono mutare o “saturarsi”, ossia, una volta raggiunti, aprire le porte ad altri scopi/desideri, in una sorta di gioco al rialzo della felicità. E resta un fenomeno diffuso quello di aver raggiunto svariati traguardi, sentirsi pure soddisfatti, ma non necessariamente felici.

Un libro molto interessante scritto dallo psicoterapeuta Russ Harris, uno dei pionieri della Acceptance and Commitment Therapy (ACT – Terapia di Accettazione e Impegno), intitolato “La trappola della felicità”, parla delle insidie insite nelle prescrizioni sociali e nei “miti” odierni della felicità, nelle aspettative che questi creano, che paradossalmente allontanano dal sentimento della felicità, intrappolandoci nel “confezionamento” della stessa e nell’evitamento di altri umani sentimenti, e originano spesso svariate forme di sofferenza.

“C’è qualcosa di tremendamente ironico nella felicità. In inglese, questa parola deriva da una radice che significa «per caso» o «un avvenimento», che dal lato positivo denota un senso di novità, meraviglia e apprezzamento per gli avvenimenti casuali. La felicità non è soltanto questione di sentirsi bene. Se così fosse, le persone che fanno uso di droghe sarebbero le più felici al mondo. In realtà la ricerca dello star bene può essere un’impresa molto infelice (…) Come una farfalla immobilizzata da uno spillo su un tavolo, la felicità muore, a meno che non venga trattenuta con delicatezza.”

L’autore descrive quattro miti odierni sulla felicità, che operano ognuno una distorsione della realtà delle cose:

  • la felicità è la condizione naturale di tutti gli esseri umani ⇒ La convinzione che la felicità sia qualcosa tipo di “geneticamente determinato” o di infuso, e che tutti, o la gran parte delle persone eccetto noi, siano idealmente felici; per cui se non la proviamo siamo in qualche modo “difettati”, “mancanti” o “disadattati”.
  • Se non sei felice, hai qualcosa che non va ⇒ Il dolore, o stati dissimili dalla felicità, soprattutto nella società occidentale attuale, sono rigettati ed evitati, mentre si svendono a tutte le ore soluzioni preconfezionate per essere felici.
  • Per avere una vita migliore dobbiamo sbarazzarci dei  sentimenti negativi ⇒ E altre pillole di ottimismo low cost, la filosofia Pollyanna, la famiglia del Mulino Bianco ecc.
  • Dovresti essere capace di controllare ciò che pensi e che provi ⇒ Si collega al mito precedente: certamente abbiamo l’opportunità di riconoscere e focalizzare “il bicchiere mezzo pieno” delle cose, ciò non significa che il lato mezzo vuoto vada annullato, o che sia necessariamente negativo o inutile riconoscerlo. Se non altro perché il bicchiere ha bisogno del vuoto per riempirsi, così come la felicità si nutre anche degli altri sentimenti umani, anche se apparentemente non sembra.

D’altro canto, come accenna Charlie Brown, la felicità può implicare degli effetti collaterali! Ovvero, può essere temuta, per svariatissime motivazioni, tra cui quella di non perdere certi vantaggi del rimanere infelici.

Lo psicologo Paul Watzlawick ha scritto un libro intitolato “Istruzioni per rendersi infelici”, molto ironico e intelligente, in cui affronta vari meccanismi attraverso cui a volte ci rendiamo, consapevolmente o meno, complici della nostra infelicità. Ad esempio, ci si può rendere infelici rimanendo oltremodo attaccati al passato, in quanto “un ulteriore vantaggio della fedeltà al passato consiste nel fatto che in questo modo non rimane il tempo di dedicarsi al presente. Rivolgendosi al presente, potrebbe a ogni istante succedere che la visuale si sposti accidentalmente di 90 o di 180 gradi, giungendo in tal modo alla constatazione che il presente ha da offrire non solo ulteriore infelicità, bensì anche occasionale non-infelicità; per non parlare poi delle molte specie di novità che potrebbero scuotere quel pessimismo a cui ci siamo votati.”

Restare INfelice, benché non proprio deciso a tavolino, o rinunciare anche solo a pensare possibili terreni fertili per la felicità, potrebbe alle volte assumere diversi vantaggi, quali ad esempio: non rischiare di soffrire nell’eventualità di perdere qualcosa che ci renderebbe felici; non rischiare di perdere il controllo razionale e quindi di situarsi in una condizione di vulnerabilità, seguendo un po’ la credenza per cui l’emozione ci rende fragili e la ragione, forti; non apparire “ingenui sentimentalisti” o “superficiali”, altra ipotetica protezione dal dolore (altri aneddoti culturali sulla “retorica dei sentimenti”, in parte connessa al punto precedente, qualcosa tipo “solo i duri sopravvivono!… in un mondo di squali”); attribuire a qualcosa o qualcuno l’unica ragione della nostra infelicità, evitando di leggere dentro se stessi e capire come contribuire a modificare la situazione.

Un altro motivo di distanziamento dalla felicità può consistere nel sentirsi immeritevoli di provarla: questo sentimento può poggiare su diversi fattori, e su sofferenze di natura anche profonda, che possono implicare un abnorme senso del dovere e di responsabilità, un forte senso di colpa, un senso di indegnità e appunto di immeritevolezza.

Determinante può essere anche l’influsso di credenze religiose o morali inerenti il valore elevatore del sacrificio e una valutazione del piacere come qualcosa di “impuro”, peccaminoso o comunque indesiderabile, oppure come qualcosa di legato alla bassezza degli istinti che contrasta  con la superiorità dell’anima.

Volendo procedere, le questioni possibilmente coinvolte si complessificano; per il momento è sufficiente concludere invitando a distinguere la felicità da quelle che sono le sue ombre, ovvero proiezioni sul muro, dalle trappole e dai suoi miti a diffidare delle imitazioni della felicità. Ad accogliere i propri sentimenti in tutte le loro sfaccettature, facendo attenzione, però, alle autoistruzioni per rendersi infelici. Del resto, “la felicità è come un treno senza orario: ne passa uno ogni tanto. Non puoi prevederne l’arrivo, né sapere quando ripartirà. Il tuo compito è andare in stazione.” P.C.

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