Amélie, i piccoli piaceri e la visione “cieca”

Quando vidi “Il favoloso mondo di Amélie” avevo circa 15 anni, ed ero a scuola, perché fu di una professoressa l’iniziativa, altamente formativa a mio avviso, di farcelo vedere. Questo film mi entrò dentro per non uscire mai più, mi fece risuonare molte cose che provavo e sulle quali non mi ero mai soffermata a pensare. Due scene mi colpirono in particolare, una era quella dei piccoli piaceri di Amélie, e l’altra il momento in cui Amélie accompagna un signore non vedente per un breve e intenso tratto di strada.

“Coltiva un gusto particolare per i piccoli piaceri: tuffare la mano in un sacco di legumi; rompere la crosta della crème brulée con la punta del cucchiaino; e far rimbalzare i sassi sul canale Saint-Martin.” Questi sono i piccoli piaceri di Amélie descritti dalla voce narrante.

“Amélie ha la sensazione improvvisa di essere in totale armonia con se stessa. In quell’istante tutto è perfetto. La mitezza del giorno, quel profumino nell’aria, il rumore tranquillo della città. Inspira profondamente e la vita le appare semplice e limpida. A un tratto, si sente sommersa da uno slancio d’amore (…)” Qui si introduce invece l’incontro casuale della protagonista con un anziano signore cieco: lei istintivamente lo prende sotto braccio e, camminando con lui per strada, gli descrive ciò che vede in quel momento intorno a loro, diventa “i suoi occhi”.

Oltre ad essere come una carezza, nella loro semplicità, questi passaggi del film mi fanno pensare tuttora a tre cose, o meglio, alla straordinaria bellezza di tre aspetti:

  • l’intelligenza dei sensi. Diamo così per scontato il nostro rapporto, spesso di utilità, con le cose, e il modo automatico di muoverci nell’ambiente, che perdiamo di vista la portata di “scoperta” e piacevolezza dei nostri sensi. Nel modello teorico di Jean Piaget, uno dei capisaldi della psicologia, lo sviluppo cognitivo parte da uno stadio senso-motorio, in cui il bambino “comprende” il mondo in base alle informazioni sensoriali e alle manipolazioni dell’ambiente, e procede progressivamente verso la mentalizzazione, fino ad originare le operazioni intellettuali formali, il ragionamento astratto. Il pensiero rappresentazionale è certamente il fattore evolutivo che più ci distingue dagli altri membri del regno animale, tuttavia, il nostro vivere “intellettualizzato e intellettualizzante”, rischia a volte di farci astrarre dalla realtà, allontanando la nostra attenzione dall’esperienza sensoriale-corporea delle cose, che resta il canale più immediato attraverso cui accediamo al mondo. Osservare, di tanto in tanto, l’attività dei nostri sensi, equivale a nutrirci di esplorazione e meraviglia, di un piacere che solo apparentemente riguarda la superficie delle cose, in realtà le (ri)scopre nella loro natura e ci connette più intimamente ad esse, al di là dei vincoli logico-concettuali. Ci concede momenti di autentica presenza, a noi stessi e con gli altri, e di pienezza del vissuto.
  • La ricchezza dell’attimo. Un altro prodotto del nostro pensiero è il trascorrere molto tempo mentale nel passato e nel futuro, e frequentemente alla ricerca di qualcosa che ci renda felici in definitiva: tuttavia, l’unico momento che direttamente esperiamo è Adesso. Sulla preziosità dell’attimo presente è stato scritto molto, a partire dal noto “Carpe diem”. Cesare Pavese scriveva una cosa semplice ma molto significativa: “non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi.”

Le memorie e le prefigurazioni del futuro ci consentono di costruire senso e progettualità, e la progettualità ci permette di investire in qualcosa di importante per noi da raggiungere. Ma alle volte tutto questo ci scollega quasi del tutto dalla ricchezza del presente, di attimi che possono nutrire significativamente la nostra vita, farci incontrare in modo più profondo con le cose e con le persone, vivere qualcosa che costituirà ciò che ricorderemo talvolta come un frammento sostanziale, identificativo di noi stessi.

  • La visione “cieca”. Nel momento in cui Amélie prende sotto braccio l’anziano signore cieco, sospende anche lei una certa forma di visione, ossia lo sguardo distratto e fugace della mente che transita in altre scenografie del passato o del futuro, o che guarda senza vedere davvero. A suo modo diviene cieca, cieca a tutto ciò che non riguardi quell’irripetibile istante, e il desiderio di incontrarsi con l’altro per condividere un tratto di strada. Non si tratta di affiancare materialmente qualcuno in difficoltà, ma di convogliare lo sguardo in un altro tipo di visione interna, sensibile all’ambiente circostante, empatica verso le persone e gli accadimenti.

Quali sono i vostri piccoli piaceri della vita? Quanta attenzione prestate ai vostri sensi? Quanto tempo trascorrete pienamente, con tutti voi stessi, nel presente?

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