Stress: se lo conosci ti proteggi

Il concetto di “stress” impera ormai nelle nostre vite quotidiane, rivelandosi forse il più abusato, laddove la frequenza con cui se ne parla resta comunque inferiore alla conoscenza qualitativa del fenomeno attualmente diffusa. Ciò fa sì che questo venga molto spesso chiamato in causa, anche ragionevolmente, ma senza chiarezza circa i reali meccanismi di funzionamento negli stati di benessere/malessere psicofisico. E che circolino credenze che suonano più o meno così: “quando i medici non sanno individuare la causa di ciò di cui soffri, ti dicono che è lo stress”. Quest’ultimo può arrivare dunque a essere percepito come una sorta di “jolly” adoperato in assenza di altre spiegazioni patogenetiche. Oppure come una sorta di elemento di “fede”, qualcosa in cui credere o meno; o, in generale, può restare una grande incognita. Sottolineando l’importanza di una relazione di fiducia e di compliance con il medico curante,  diviene oltremodo importante aumentare la conoscenza della natura e dei meccanismi d’azione del fenomeno.

Letteralmente stress significa “sforzo, pressione”. Il termine deriva dalla radice indoeuropea “str”, associata all’esercizio di pressione (greco strangalizein, “strangolare”; latino strigere, “stringere”) e si ritiene che nei tempi moderni sia stato mutuato dal contesto delle prove di laboratorio a cui sono sottoposti dei materiali allo scopo di determinarne la capacità di resistenza strutturale. In questo senso lo stress è la pressione o il carico esercitato sul materiale.

In biologia lo stress è inteso come tutto quello che può alterare l’omeostasi, ossia la condizione di equilibrio delle funzioni fisiologiche dell’organismo (ad esempio la temperatura corporea, il battito cardiaco, la concentrazione degli zuccheri nel sangue, ecc.), per preservare la quale l’organismo, in presenza di stressors, innesca un repertorio di risposte adattive, fisiologiche e comportamentali, atte appunto a ristabilirla. Il caldo può essere un esempio di stressor fisico: ai fini del controllo omeostatico il corpo innesca dei meccanismi di dispersione del calore, ad esempio attraverso la vasodilatazione.

Il patologo sperimentale Hans Selye è ritenuto il padre della ricerca sullo stress. Nel corso del ‘900 Selye si è dedicato allo studio dell’adattamento dell’organismo a diverse tipologie di agenti stressanti, fisici e psichici, dando avvio alla concettualizzazione dello “stress psicologico” e delineando la teoria ancora attuale sul funzionamento della risposta di stress, definita General Adaptation Syndrome (G.A.S.) ovvero “Sindrome Generale di Adattamento”. Selye scoprì che la risposta fisiologica allo stress può innescarsi sia di fronte a uno stressor fisico (ad esempio un bagno in acqua gelida), sia di fronte a uno stressor psicologico, emotivo. La sindrome di adattamento è una risposta innata adattiva, finalizzata a proteggere l’omeostasi, dunque l’organismo, di fronte a elementi avversi, esterni o interni, fisici o psichici. Essa attiva delle modificazioni neuroendocrine che esercitano effetti su:

  • Funzioni del sistema nervoso centrale (aumento dell’attivazione psicofisiologica, di allerta, vigilanza, cognizione, attenzione…).
  • Funzioni periferiche, con conseguenze su svariati sistemi interni (cardiovascolare, respiratorio, gastrointestinale, immunitario, incremento del metabolismo…).

L’omeostasi basale sana è definita anche eustasi, mentre un adattamento omeostatico insufficiente, eccessivo o prolungato, genera quello che viene definito carico allostatico. Sia l’ipofunzionamento sia l’iperfunzionamento dei sistemi omeostatici possono generare questo carico e danneggiare l’organismo a breve e lungo termine.

Selye illustrò 3 fasi nella Sindrome Generale di Adattamento: quella di “Allarme”, in cui si innescano le reazioni psicofisiologiche descritte; quella di “Resistenza”, in cui lo stressor perdura e l’organismo tenta appunto di resistere, mantenendo attivati i soliti processi; quella di “Esaurimento”, in cui l’organismo esaurisce le capacità di fronteggiamento, sottoponendo la persona al rischio di svariate patologie internistiche o psichiatriche.

Lo stress non può prescindere dal rapporto tra caratteristiche degli stressors (tipologia, intensità, durata nel tempo) e caratteristiche del soggetto che vi risponde, tra la natura delle richieste ambientali e le capacità del soggetto di farvi fronte. Quando questo rapporto è proporzionato, e l’individuo percepisce un controllo, una capacità di fronteggiare tali richieste, si parla di “eustress”, la versione adattiva e benefica dello stress, che non può e non deve essere evitata, in quanto funzionale alla sopravvivenza come alla qualità della vita. Quando invece le richieste superano le capacità adattive della persona, e lo stress acuto si perpetua nel tempo, trasformandosi in stress cronico, si parla di “distress”, lo stress patogeno!

Quest’ultimo è implicato in svariati disturbi e malattie infiammatorie croniche: patologie cardiovascolari, gastrointestinali, endocrine, metaboliche, autoimmuni, dermatologiche, tiroidee, alcune forme di cefalea e di dolore muscolare, disturbi d’ansia e depressivi, disfunzioni cognitive ed esecutive, ecc… Sottopone al rischio di altrettante patologie attraverso l’effetto immunosoppressivo. Lo sviluppo e la gravità della malattia dipende dall’interazione dello stress con fattori di predisposizione genetica, di vulnerabilità costituzionale, fattori avversi o protettivi, nonché dall’esposizione precoce, in periodi critici dello sviluppo, a esperienze stressanti; ma trattasi appunto di un elemento concausale, precipitante, o di un possibile fattore di mantenimento.

Gli stressors vengono valutati cognitivamente, ossia la persona attribuisce un significato allo stimolo stressogeno, in base a svariati aspetti, e questo ne orienta l’attivazione emozionale, connessa all’attivazione fisiologica, e le risposte comportamentali di fronteggiamento. Ciò implica che 1. C’è sempre una mediazione di pensiero, legata alla propria esperienza, ad aspetti personologici o ambientali contingenti. 2. Ciò che è vissuto come stressogeno da qualcuno può non esserlo per qualcun altro, e viceversa.

Si definiscono “stili di coping” (da to cope = far fronte) le modalità di risposta della persona di fronte agli stressors, ai carichi percepiti: stili adeguati di coping alimentano la “resilienza”, ossia la capacità della persona di resistere e fronteggiare le richieste ambientali, preservandosi dall’esaurimento, e di riorganizzare positivamente la propria vita. Il coping permette alla persona non solo di non farsi “schiacciare”, prevenendo malessere psicofisico, ma anche di elaborare nuove configurazioni di significato rispetto agli eventi, nuove consapevolezze e abilità, a supporto dell’autostima e del senso di autoefficacia; di predisporre condizioni di vita protettive, alternative a condizioni di distress, di rischio per la salute psicologica e fisica. Esistono inoltre delle tecniche, di alcune delle quali ho parlato in questo articolo www.leviedellapsiche.it/gli-effetti-degli-interventi-mente-corpo-sul-cervello-sulla-salute/, e in generale varie forme di intervento psicologico, con evidenza scientifica di efficacia in termini sia di prevenzione sia di cura delle patologie corporee stress-correlate.

I ritmi e alcune caratteristiche della società odierna hanno portato all’aumento di fattori di potenziale distress, fisico e psicologico, tuttavia, è di fondamentale importanza ricordare che, “tirando la corda”, la nostra unità mentecorpo potrà spezzarsi. E che:

 “La radice di ogni salute è nella mente. Il suo tronco è l’emozione. I rami e le foglie sono il corpo. Il fiore della salute sboccia quando tutte le parti lavorano insieme.”

Felicità e ombre di felicità: dalla trappola alla paura di essere felici

Lunedì scorso sul web si celebrava, pur in modo del tutto informale, la giornata della felicità.

Dare una definizione della felicità, così come di altri stati d’animo, è certamente impossibile, poiché tutto dipende dai personali significati che ognuno le attribuisce, dalle intime esperienze che ne ha avuto e dalle credenze maturate, soggette a modifiche nel tempo, al riguardo. Della felicità si scrive e si parla da tempo immemore, e le sue concezioni risentono chiaramente del sostrato storico e culturale. Ad oggi, con l’aumentare dei gradi di libertà di espressione, di ricerca di un proprio benessere e di soddisfazione di bisogni relazionali, identitari e in generale esistenziali, più raffinati, si sono moltiplicati anche i concetti possibilmente annessi, e talvolta sovrapposti, alla felicità. Nell’ultimo secolo abbiamo assistito a mutamenti socioeconomici e culturali radicali, che hanno trasformato anche i valori, le modalità di essere, di sentire e di desiderare, in un panorama di nuova attenzione per la soggettività. Nei dintorni della felicità oggi troviamo termini come benessere, soddisfazione, gratificazione, raggiungimento di scopi. Alle volte la gratificazione di un desiderio o il raggiungimento di uno scopo giungono a coincidere nella personale concezione della felicità, cioè si pensa che in assenza di un dato ottenimento non possiamo provare felicità. Tuttavia gli scopi e i desideri, benché componenti molto importanti nella dimensione motivazionale e progettuale dell’essere umano, possono mutare o “saturarsi”, ossia, una volta raggiunti, aprire le porte ad altri scopi/desideri, in una sorta di gioco al rialzo della felicità. E resta un fenomeno diffuso quello di aver raggiunto svariati traguardi, sentirsi pure soddisfatti, ma non necessariamente felici.

Un libro molto interessante scritto dallo psicoterapeuta Russ Harris, uno dei pionieri della Acceptance and Commitment Therapy (ACT – Terapia di Accettazione e Impegno), intitolato “La trappola della felicità”, parla delle insidie insite nelle prescrizioni sociali e nei “miti” odierni della felicità, nelle aspettative che questi creano, che paradossalmente allontanano dal sentimento della felicità, intrappolandoci nel “confezionamento” della stessa e nell’evitamento di altri umani sentimenti, e originano spesso svariate forme di sofferenza.

“C’è qualcosa di tremendamente ironico nella felicità. In inglese, questa parola deriva da una radice che significa «per caso» o «un avvenimento», che dal lato positivo denota un senso di novità, meraviglia e apprezzamento per gli avvenimenti casuali. La felicità non è soltanto questione di sentirsi bene. Se così fosse, le persone che fanno uso di droghe sarebbero le più felici al mondo. In realtà la ricerca dello star bene può essere un’impresa molto infelice (…) Come una farfalla immobilizzata da uno spillo su un tavolo, la felicità muore, a meno che non venga trattenuta con delicatezza.”

L’autore descrive quattro miti odierni sulla felicità, che operano ognuno una distorsione della realtà delle cose:

  • la felicità è la condizione naturale di tutti gli esseri umani ⇒ La convinzione che la felicità sia qualcosa tipo di “geneticamente determinato” o di infuso, e che tutti, o la gran parte delle persone eccetto noi, siano idealmente felici; per cui se non la proviamo siamo in qualche modo “difettati”, “mancanti” o “disadattati”.
  • Se non sei felice, hai qualcosa che non va ⇒ Il dolore, o stati dissimili dalla felicità, soprattutto nella società occidentale attuale, sono rigettati ed evitati, mentre si svendono a tutte le ore soluzioni preconfezionate per essere felici.
  • Per avere una vita migliore dobbiamo sbarazzarci dei  sentimenti negativi ⇒ E altre pillole di ottimismo low cost, la filosofia Pollyanna, la famiglia del Mulino Bianco ecc.
  • Dovresti essere capace di controllare ciò che pensi e che provi ⇒ Si collega al mito precedente: certamente abbiamo l’opportunità di riconoscere e focalizzare “il bicchiere mezzo pieno” delle cose, ciò non significa che il lato mezzo vuoto vada annullato, o che sia necessariamente negativo o inutile riconoscerlo. Se non altro perché il bicchiere ha bisogno del vuoto per riempirsi, così come la felicità si nutre anche degli altri sentimenti umani, anche se apparentemente non sembra.

D’altro canto, come accenna Charlie Brown, la felicità può implicare degli effetti collaterali! Ovvero, può essere temuta, per svariatissime motivazioni, tra cui quella di non perdere certi vantaggi del rimanere infelici.

Lo psicologo Paul Watzlawick ha scritto un libro intitolato “Istruzioni per rendersi infelici”, molto ironico e intelligente, in cui affronta vari meccanismi attraverso cui a volte ci rendiamo, consapevolmente o meno, complici della nostra infelicità. Ad esempio, ci si può rendere infelici rimanendo oltremodo attaccati al passato, in quanto “un ulteriore vantaggio della fedeltà al passato consiste nel fatto che in questo modo non rimane il tempo di dedicarsi al presente. Rivolgendosi al presente, potrebbe a ogni istante succedere che la visuale si sposti accidentalmente di 90 o di 180 gradi, giungendo in tal modo alla constatazione che il presente ha da offrire non solo ulteriore infelicità, bensì anche occasionale non-infelicità; per non parlare poi delle molte specie di novità che potrebbero scuotere quel pessimismo a cui ci siamo votati.”

Restare INfelice, benché non proprio deciso a tavolino, o rinunciare anche solo a pensare possibili terreni fertili per la felicità, potrebbe alle volte assumere diversi vantaggi, quali ad esempio: non rischiare di soffrire nell’eventualità di perdere qualcosa che ci renderebbe felici; non rischiare di perdere il controllo razionale e quindi di situarsi in una condizione di vulnerabilità, seguendo un po’ la credenza per cui l’emozione ci rende fragili e la ragione, forti; non apparire “ingenui sentimentalisti” o “superficiali”, altra ipotetica protezione dal dolore (altri aneddoti culturali sulla “retorica dei sentimenti”, in parte connessa al punto precedente, qualcosa tipo “solo i duri sopravvivono!… in un mondo di squali”); attribuire a qualcosa o qualcuno l’unica ragione della nostra infelicità, evitando di leggere dentro se stessi e capire come contribuire a modificare la situazione.

Un altro motivo di distanziamento dalla felicità può consistere nel sentirsi immeritevoli di provarla: questo sentimento può poggiare su diversi fattori, e su sofferenze di natura anche profonda, che possono implicare un abnorme senso del dovere e di responsabilità, un forte senso di colpa, un senso di indegnità e appunto di immeritevolezza.

Determinante può essere anche l’influsso di credenze religiose o morali inerenti il valore elevatore del sacrificio e una valutazione del piacere come qualcosa di “impuro”, peccaminoso o comunque indesiderabile, oppure come qualcosa di legato alla bassezza degli istinti che contrasta  con la superiorità dell’anima.

Volendo procedere, le questioni possibilmente coinvolte si complessificano; per il momento è sufficiente concludere invitando a distinguere la felicità da quelle che sono le sue ombre, ovvero proiezioni sul muro, dalle trappole e dai suoi miti a diffidare delle imitazioni della felicità. Ad accogliere i propri sentimenti in tutte le loro sfaccettature, facendo attenzione, però, alle autoistruzioni per rendersi infelici. Del resto, “la felicità è come un treno senza orario: ne passa uno ogni tanto. Non puoi prevederne l’arrivo, né sapere quando ripartirà. Il tuo compito è andare in stazione.” P.C.

Gli effetti degli interventi mente-corpo sul cervello e sulla salute

George Engel, psichiatra statunitense, è noto come il padre del modello biopsicosociale della salute e della malattia (1977), il quale ha rivoluzionato il panorama culturale e scientifico rispetto a questi temi. Secondo tale modello, la comprensione e l’intervento adeguati nella malattia e nella sofferenza non possono prescindere dalla considerazione delle interazioni reciproche e circolari tra fattori biologici, psicologici e sociali. La malattia non è più ritenuta, come nell’ottica biomedica di un secolo fa, una semplice deviazione di valori biologici dalla norma, bensì la risultante di questi tre ordini di variabili, che interagiscono in maniera complessa. Benché nella popolazione generale ci sia ancora scarsa conoscenza dei meccanismi attraverso cui la sfera psichica e sociale influenza il corpo, le neuroscienze, così come altre aree di ricerca quali quella della psiconeuroendocrinoimmunologia (PNEI), accumulano sempre più evidenze da un lato inerenti ai correlati cerebrali, neurofisiologici, neuroendocrini, metabolici degli stati mentali (fattori cognitivi, emotivi e psicosociali) e dello stress psicologico; dall’altro, circa l’efficacia di interventi psicologici e, in questo caso psicocorporei, sul benessere e la salute, in termini sia di prevenzione delle malattie, sia di intervento a patologia conclamata. Tutto ciò significa che di psiche e relazioni ci si può ammalare, anche nel corpo, e tramite le stesse si può prevenire o guarire; nello specifico di svariate patologie esiste una letteratura scientifica che spiega i meccanismi neurofisiologici, causali o concausali rispetto alla malattia, generati da stati di malessere psicologico.

Il concetto di “stress” è forse quello attualmente più abusato e spesso sottovalutato: di cosa sia lo stress , degli effetti che provoca nel corpo e del ruolo che gioca in svariate malattie, parleremo più approfonditamente in un altro articolo. Per il momento mi preme parlare degli effetti che un complesso di tecniche di intervento, definite di “mente-corpo”, sembrano generare sul nostro cervello e sul nostro corpo, impattando positivamente e significativamente sulla salute.

Una recentissima rassegna scientifica illustra gli effetti di tecniche, quali ad esempio il rilassamento muscolare progressivo, tecniche di modulazione del respiro, tecniche di immaginazione guidata, la mindfulness, a livello cerebrale (in termini funzionali e morfologici), neuroendocrinologico, immunitario e di espressione genica.

  • Queste determinano un aumento dell’attivazione del sistema nervoso parasimpatico e un decremento dell’attività del sistema nervoso  simpatico, la cui attivazione prolungata è connessa a stati di ansia e stress. Riducono la produzione di citochine infiammatorie e aumentano la sensibilità al cortisolo, l’ormone che aiuta a fronteggiare lo stress. Tutto ciò genera una migliore attività cardiaca, una migliore modulazione delle funzioni immunitarie, della motilità intestinale e dell’attività del microbiota intestinale (il complesso di microrganismi che vive nel nostro intestino e gioca un ruolo determinante nella difesa immunitaria). Il sistema immunitario e il microbiota intestinale, a loro volta, retroagiscono sul cervello influenzando il tono dell’umore. L’attività muscolare e il tono cardiovascolare derivanti dall’esercizio di alcune tecniche, hanno effetti sull’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, principale modulatore della risposta allo stress, sull’equilibrio tra sistema simpatico e parasimpatico, sulla funzione immunitaria e sull’umore.
  • Le tecniche di intervento mente-corpo sembrano influenzare positivamente l’espressione genica di cellule immunitarie collegate alla riduzione dello stress ossidativo, inibendo il danneggiamento cellulare dovuto allo stress cronico. Contrastano l’invecchiamento cellulare, rallentando l’accorciamento dei telomeri, piccole porzioni di DNA che hanno un ruolo nel determinare la durata della vita di ciascuna cellula, e regolando fattori ormonali che ne promuovono il mantenimento del tempo.
  • Studi condotti tramite elettroencefalogramma sugli effetti della mindfulness e altre forme di meditazione rivelano un aumento di attività cerebrale connessa a cognizione, attenzione,  memoria, apprendimento e processi affettivi. Queste sembrano  stimolare la plasticità corticale e innescare cambiamenti nelle reti neurali associate alla ristrutturazione cognitiva. Altri studi, attraverso tecniche di neuroimaging, riportano che gli interventi mente-corpo in generale determinano l’attivazione di aree cerebrali quali: la corteccia orbitofrontale e la corteccia cingolata anteriore (associate alla regolazione emozionale), l’insula (consapevolezza del proprio corpo ed emozioni), l’amigdala e l’ippocampo (apprendimento e memoria), la corteccia somatosensoriale. E altre regioni connesse al senso di sé, all’immaginazione, all’attenzione sostenuta, ecc…

Gli effetti benefici di questa tipologia di interventi sulla salute e sul benessere psicofisico sono in conclusione molto numerosi. Malgrado il pregiudizio culturale ancora diffuso e resistente circa una frattura netta tra mente e corpo, la scienza ha prodotto, e continua a produrre, una mole sempre più significativa di letteratura che testimonia la complessa interazione circolare tra processi psichici e somatici. Tanto che non è più pensabile prendersi cura della propria salute fisica tagliando fuori la salute psicologica e relazionale.

La psicologia, spesso pensata come disciplina interveniente soltanto sul disagio psichico conclamato e circoscritto, o come “ultima spiaggia” quando gli interventi medici non sembrano sortire risultati in definitiva, offre invece soluzioni sia preventive-protettive, di promozione di benessere che non è semplice relax, ma ha dei correlati neurofisiologici di difesa del proprio corpo dalla malattia, e si declina anche in un migliore rapporto con la realtà e fronteggiamento delle difficoltà; sia di intervento, in sinergia con la professione medica, a malattia conclamata.

Riferimento:

Muehsam, D., Lutgendorf, S., Mills, P.J., Rickhi, B., Chevalier, G., Bat, N., Chopra, D., Gurfein, B. (2017). The embodied mind: A review on functional genomic and neurological correlates of mind-body therapies. Neuroscience and Biobehavioral Reviews, 73, 165-181

Cara Ansia, ti scrivo. E ti leggo

Se l’ansia avesse il dono della parola, e potesse scrivere una lettera di presentazione, immagino che potrebbe suonare più o meno così:

Ciao, mi chiamo Ansia, e sono un’emozione. Sono nata e cresciuta nella mente un po’ più evoluta dell’uomo, la mia famiglia di origine è quella della Paura. Sono una dipendente dell’SNS (Sistema Nervoso Simpatico) e lavoro nel tuo corpo, tra i tuoi pensieri e le tue immagini. Il mio  è un mestiere molto variegato: posso farti accelerare il battito cardiaco, aumentare la sudorazione, posso tendere i tuoi muscoli, sollecitare il tuo stomaco e intestino… Di base lavoro come consulente e motivatrice: ti metto in guardia da ipotetici pericoli e, se collabori con me, posso migliorare le tue prestazioni e farti apprezzare i lati migliori dell’Adrenalina, il mio braccio destro. Nel tempo libero mi diverto a farti delle candid camera, tipo Scherzi a parte. Ti faccio spaventare, ma in realtà è tutta finzione, e spesso lo scopri per tempo!

…Lo so, altre volte ti faccio agitare moltissimo, e per questo inizi ad avere paura di me e a credere che gli scherzi che ti faccio siano la realtà. Inizi ad odiarmi, a temermi, o a vergognarti di me, a orchestrare pensieri e azioni per evitarmi. Queste tue strategie, però, funzionano come delle pompe di gonfiaggio e, se prima ero un palloncino, dopo divento una mongolfiera. E tu ti spaventi ancora di più, pur senza volerlo! Ma se ti rifiuti di conoscermi e di fare due chiacchiere con me, come posso mostrarti che in verità sono innocua, una ragazza della porta accanto, così, Ansia e sapone; che insieme possiamo fare anche cose buone, e che in fondo voglio solo il tuo bene?

Firmato:    Ansia

Bene, la nostra “amica” Ansia è stata abbastanza sincera. E’ una parente stretta della paura, ma con una sua caratteristica distintiva: mentre la paura è un’emozione primordiale che si attiva di fronte a pericoli reali immediati, l’ansia si innesca per quelle che sono percepite come minacce future ipotetiche. Si è inoltre “raffinata” di pari passo allo sviluppo della neocorteccia, la parte più evoluta del nostro cervello, quella che, tra le varie cose, ci consente di rappresentarci mentalmente la realtà, dunque anche di prefigurarla. La differenza tra paura e ansia è semplice: se subisco una rapina in strada sperimento paura, se invece esco di casa temendo di subire una rapina, sperimento ansia. L’evento-rapina ha un relativo margine di probabilità di accadimento, ma non si verifica realmente nel momento in cui vivo la preoccupazione, e potrebbe non verificarsi mai. Per questo l’ansia è spesso definita anche come “paura senza oggetto”. Tuttavia, essa è in grado di allarmarci e attivarci quanto la paura, dal punto di vista fisiologico (il cervello mobilita gli organi interni, i muscoli, il metabolismo, i sistemi sensoriali, come se l’organismo avesse davvero di fronte un pericolo, per dotarlo delle energie sufficienti ad attaccare o fuggire) e psichico.

L’ansia produce nella nostra mente delle vere e proprie candid camera, dei filmati in cui avvengono cose temibili, ma che in quel momento appartengono solo alla finzione. A volte ci rendiamo conto dell’ (auto)inganno, valutiamo che, per quanto lo scenario sia verosimile, non è necessariamente vero. Altre volte, invece, crediamo che quel filmato sia davvero una realtà che a breve avverrà, e questa è una nostra scelta di pensiero. Se si deve dare un esame e si teme la bocciatura, l’ansia ci mostra il filmato di una verosimile bocciatura. Da amica, viene a dirci che “potremmo bocciare”, come incentivo per affrontare al meglio un compito, ma non che “bocceremo sicuramente”, e che quindi qualsiasi impegno sarà vano.

Se “collaboriamo” con essa, preparandoci per superare l’esame, avremo trovato un’amica, poiché ci darà la giusta attivazione per la performance (come spiegato dalla “Legge di Yerkes-Dodson”: livelli intermedi di attivazione psicofisiologica determinano le prestazioni migliori, mentre un’attivazione troppo scarsa o eccessiva è di ostacolo). Se invece vedremo l’ansia come un ospite sgradito, portatore di cattive notizie o di uno stato indesiderabile, incontreremo un’altra serie di nemici che la “gonfieranno” e, dal palloncino che era, diventerà un’enorme mongolfiera. Due di questi nemici sono:

  • La paura o la vergogna per la propria ansia. E’ ancora diffuso un pregiudizio culturale circa la suddivisione ragione-emozione (che invece operano in concerto) e la “forza” della ragione Vs. la “debolezza” delle emozioni, soprattutto alcune. Ancor più in una società “performante” come la nostra attuale, richiedente elevate prestazioni, funzionalità, competitività, l’ansia può essere vista come un indice di disfunzione, di debolezza, di “perdente”; dunque, fonte di imbarazzo e vergogna, o timore di “non farcela”. In realtà si tratta di una fisiologica emozione con una precisa funzione adattiva, al pari delle altre emozioni, che non fa di noi né dei perdenti – anzi, può essere un prezioso stimolo per migliorarci – né dei deboli, bensì degli esseri umani.
  • Strategie protettive. Quelle che attiviamo per liberarci dell’ansia, di cui una molto diffusa, è l’evitamento. Ad esempio evitare di uscire di casa per paura di una rapina, o evitare gli esami per paura di bocciare. Se sul momento ci tranquillizzano, queste strategie hanno un effetto boomerang, tendono a far fuoriuscire l’ansia dai suoi naturali confini, a diminuire il senso di autoefficacia, ossia la percezione delle proprie capacità per affrontare efficacemente compiti o situazioni, e tolgono gradi di libertà e piacere alla nostra vita.

Leggere la “lettera di presentazione” dell’ansia, ovvero conoscerla per quello che è, come una ragazza della porta accanto nel condominio dei nostri stati d’animo, significa ridimensionare lo spazio che occupa e il potere che ha, leggere il vero messaggio che porta e lo scopo delle sue visite. Facendo un esercizio immaginativo, potremmo anzi avviare una corrispondenza con lei, chiederle di volta in volta perché è qua, come può aiutarci, come possiamo aiutarci ad affrontare qualcosa di prossimo che ci preoccupa. Imparando a ringraziarla per ciò che può lasciarci in termini di consapevolezza e funzionalità, e a congedarla nel modo più sereno quando è arrivata l’ora che torni al proprio appartamento.

Amélie, i piccoli piaceri e la visione “cieca”

Quando vidi “Il favoloso mondo di Amélie” avevo circa 15 anni, ed ero a scuola, perché fu di una professoressa l’iniziativa, altamente formativa a mio avviso, di farcelo vedere. Questo film mi entrò dentro per non uscire mai più, mi fece risuonare molte cose che provavo e sulle quali non mi ero mai soffermata a pensare. Due scene mi colpirono in particolare, una era quella dei piccoli piaceri di Amélie, e l’altra il momento in cui Amélie accompagna un signore non vedente per un breve e intenso tratto di strada.

“Coltiva un gusto particolare per i piccoli piaceri: tuffare la mano in un sacco di legumi; rompere la crosta della crème brulée con la punta del cucchiaino; e far rimbalzare i sassi sul canale Saint-Martin.” Questi sono i piccoli piaceri di Amélie descritti dalla voce narrante.

“Amélie ha la sensazione improvvisa di essere in totale armonia con se stessa. In quell’istante tutto è perfetto. La mitezza del giorno, quel profumino nell’aria, il rumore tranquillo della città. Inspira profondamente e la vita le appare semplice e limpida. A un tratto, si sente sommersa da uno slancio d’amore (…)” Qui si introduce invece l’incontro casuale della protagonista con un anziano signore cieco: lei istintivamente lo prende sotto braccio e, camminando con lui per strada, gli descrive ciò che vede in quel momento intorno a loro, diventa “i suoi occhi”.

Oltre ad essere come una carezza, nella loro semplicità, questi passaggi del film mi fanno pensare tuttora a tre cose, o meglio, alla straordinaria bellezza di tre aspetti:

  • l’intelligenza dei sensi. Diamo così per scontato il nostro rapporto, spesso di utilità, con le cose, e il modo automatico di muoverci nell’ambiente, che perdiamo di vista la portata di “scoperta” e piacevolezza dei nostri sensi. Nel modello teorico di Jean Piaget, uno dei capisaldi della psicologia, lo sviluppo cognitivo parte da uno stadio senso-motorio, in cui il bambino “comprende” il mondo in base alle informazioni sensoriali e alle manipolazioni dell’ambiente, e procede progressivamente verso la mentalizzazione, fino ad originare le operazioni intellettuali formali, il ragionamento astratto. Il pensiero rappresentazionale è certamente il fattore evolutivo che più ci distingue dagli altri membri del regno animale, tuttavia, il nostro vivere “intellettualizzato e intellettualizzante”, rischia a volte di farci astrarre dalla realtà, allontanando la nostra attenzione dall’esperienza sensoriale-corporea delle cose, che resta il canale più immediato attraverso cui accediamo al mondo. Osservare, di tanto in tanto, l’attività dei nostri sensi, equivale a nutrirci di esplorazione e meraviglia, di un piacere che solo apparentemente riguarda la superficie delle cose, in realtà le (ri)scopre nella loro natura e ci connette più intimamente ad esse, al di là dei vincoli logico-concettuali. Ci concede momenti di autentica presenza, a noi stessi e con gli altri, e di pienezza del vissuto.
  • La ricchezza dell’attimo. Un altro prodotto del nostro pensiero è il trascorrere molto tempo mentale nel passato e nel futuro, e frequentemente alla ricerca di qualcosa che ci renda felici in definitiva: tuttavia, l’unico momento che direttamente esperiamo è Adesso. Sulla preziosità dell’attimo presente è stato scritto molto, a partire dal noto “Carpe diem”. Cesare Pavese scriveva una cosa semplice ma molto significativa: “non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi.”

Le memorie e le prefigurazioni del futuro ci consentono di costruire senso e progettualità, e la progettualità ci permette di investire in qualcosa di importante per noi da raggiungere. Ma alle volte tutto questo ci scollega quasi del tutto dalla ricchezza del presente, di attimi che possono nutrire significativamente la nostra vita, farci incontrare in modo più profondo con le cose e con le persone, vivere qualcosa che costituirà ciò che ricorderemo talvolta come un frammento sostanziale, identificativo di noi stessi.

  • La visione “cieca”. Nel momento in cui Amélie prende sotto braccio l’anziano signore cieco, sospende anche lei una certa forma di visione, ossia lo sguardo distratto e fugace della mente che transita in altre scenografie del passato o del futuro, o che guarda senza vedere davvero. A suo modo diviene cieca, cieca a tutto ciò che non riguardi quell’irripetibile istante, e il desiderio di incontrarsi con l’altro per condividere un tratto di strada. Non si tratta di affiancare materialmente qualcuno in difficoltà, ma di convogliare lo sguardo in un altro tipo di visione interna, sensibile all’ambiente circostante, empatica verso le persone e gli accadimenti.

Quali sono i vostri piccoli piaceri della vita? Quanta attenzione prestate ai vostri sensi? Quanto tempo trascorrete pienamente, con tutti voi stessi, nel presente?

“Se mi giudichi mi cancello!” – La paura del giudizio

La paura del giudizio altrui è un’esperienza diffusa, che tutti, in circostanze e misure diverse, sperimentiamo. La cosa si può fare problematica, come in ogni storia che ha come protagonista la Paura, quando quest’ultima arriva a precluderci occasioni di incontro con gli altri e con gli eventi, di realizzare qualcosa che per noi è importante, limitando, in generale, la nostra libertà di movimento ed espressione.

Iniziamo col dire che la paura, come tutte le emozioni, ha una funzione adattativo-evolutiva, nello specifico quella di aiutare l’uomo, da sempre, a riconoscere i pericoli per aggirarli o fronteggiarli, dunque a sopravvivere adattandosi all’ambiente.  In questo senso è un’ottima consigliera! Tuttavia, alle volte può giocare dei brutti scherzi, portandoci a distorcere aspetti della realtà, a intravedere pericolo laddove non si manifesta realmente, o a sovrastimare, nella previsione, l’entità del pericolo, la sua probabilità di accadimento, le possibili conseguenze. In questi casi è più corretto parlare di “ansia”, che differisce dalla paura proprio perché il pericolo è percepito ma non attualmente presente.

Per quanto riguarda il ricevere un giudizio negativo, la possibilità che ciò si verifichi esiste certamente, tuttavia può capitare che nella previsione ci si focalizzi esclusivamente su questo rischio, mettendo in ombra l’ampia gamma di eventi relazionali positivi, o “neutri”, che invece potrebbero presentarsi. Oppure che la lettura di certe situazioni sia selettivamente negativa: in tutti noi esiste un meccanismo, definito di “attenzione selettiva”, che porta la nostra attenzione a selezionare, appunto, alcune informazioni rispetto ad altre. E il cosiddetto “bias di conferma” (o “pregiudizio di conferma”), una sorta di distorsione operata dal pensiero, consistente nel ricercare per lo più gli elementi, i dati, che confermano una nostra credenza – tralasciando quelli che porterebbero a disconfermarla – o nell’interpretare comunque qualcosa in modo che confermi le nostre ipotesi e aspettative.  Un semplice esempio: se sto presentando un mio lavoro di fronte a un pubblico, e penso che il mio lavoro sarà giudicato male, che farò un brutta figura, apparirò impreparata ecc. (attuando già, in questo modo, una selezione previsionale degli esiti!), la mia attenzione potrebbe concentrarsi selettivamente su qualcuno che sta ridendo, o sta dicendo qualcosa all’orecchio della persona seduta a fianco, e potrei interpretare questi segnali come una conferma di ciò che mi attendevo, di essere oggetto di derisione o di giudizio negativo. Al contempo, però, ignorerei altre espressioni magari di interessamento, e spiegazioni alternative alle motivazioni per cui quel qualcuno sta ridendo, o quei due si stanno parlando. Motivazioni che di fatto non conosco, a meno che non sia telepatica, e il significato che a queste attribuisco, a distanza, è un prodotto esclusivo della mia mente.

In una prospettiva evoluzionistica, il timore del giudizio deriverebbe dalla necessità originaria, ai fini della sopravvivenza, di appartenere a un gruppo: l’uomo primitivo delle società di cacciatori-raccoglitori doveva evitare in ogni modo l’esclusione dal gruppo, poiché, al di fuori di questo, le probabilità di sopravvivere erano minime. Il confrontarsi e il conformarsi agli altri membri della tribù preveniva l’espulsione e dunque una morte quasi certa. Il bisogno di appartenenza è tutt’oggi pregnante, così come i bisogni di accettazione e stima, la cui soddisfazione ha implicazioni importanti per l’identità personale e sociale,  tuttavia sono decisamente scomparse le conseguenze letali del “non piacere a tutti i membri della tribù” 🙂 Anche perché la tribù, oggi, è potenzialmente il mondo intero!

Dunque, cosa rispondere alla paura di essere giudicati?

  • Che è impossibile piacere a tutti, e il non piacere a qualcuno per qualche ragione è un’esperienza che tutti sperimentano prima o poi nella vita. Siamo tutti diversi, con opinioni, metri di valutazione, propensioni soggettive, ampiamente variabili; ciò implica che lo stesso aspetto per il quale qualcuno ci stima e ci apprezza, in qualcun altro può generare una reazione contraria, e viceversa. Pensare di evitare una valutazione negativa in ogni situazione al 100% è realisticamente impossibile, né si può controllare la mente dell’altro, qualunque cosa facciamo o non facciamo.
  • Cedere il timone alla paura e applicare sistematicamente una strategia di evitamento di situazioni, gesti, affermazioni che possono sottoporre al giudizio altrui, può avere dei costi non indifferenti, quali:

– perdere opportunità di esperienze positive, nel lavoro, nelle relazioni e nella vita in generale. Nell’intento di evitare il rischio di esiti negativi, che potrebbero anche non verificarsi, perdiamo anche la fetta di esiti positivi e una bella fetta di libertà. Attenzione alle distorsioni previsionali, attentive e interpretative del pensiero!

Impedirci di essere noi stessi e di portare la nostra vera identità nelle relazioni. Per giunta gli altri possono avvertire un senso di non autenticità, o incontrare delle difficoltà ad instaurare una relazione più intima e di fiducia reciproca.

– Alimentare l’ansia e la preoccupazione, in un circolo vizioso che nuoce alla mente e al corpo.

  • Le critiche possono essere molto costruttive! Crescere richiede anche il sapersi mettere in discussione, accogliere punti di vista diversi, non necessariamente giudicanti in senso esteso, ma magari di stimolo e di aiuto nel migliorarci in qualcosa. A volte estendiamo una critica a tutta la nostra persona, invece può essere molto utile ricondurla al singolo aspetto che l’ha generata, che non è certamente sufficiente a definirci come persone.
  • Infine, un giudizio altrui può semplicemente restare un’informazione da noi non condivisa. Possiamo ascoltarla, e poi decidere di lasciarla scivolare via. Del resto, come recita questo passo:

“Io sono io. Tu sei tu.
Io non sono al mondo per soddisfare le tue aspettative.
Tu non sei al mondo per soddisfare le mie aspettative. 
Io faccio la mia cosa. Tu fai la tua cosa. 
Se ci incontreremo sarà bellissimo; 
altrimenti non ci sarà stato niente da fare.”

F. Perls